mercoledì 2 aprile 2014

Presi all'assalto

Innanzitutto, sono ancora viva.
Per seconda cosa, ho finito il Miette una quindicina di giorni fa, ma tra una co(r)sa e l'altra non ho ancora fatto in tempo a fermarmi e a farmi fare un "ritratto" con questo indosso.
Mi calza a pennello, quindi è il caso che mi metta una mano sul cuore, una sul portafoglio e chiedo l'aiuto del pubblico per un'altra mano che mi impedisca di riempire il carrello di porcherie da mangiare (ultima ingurgitata, un pacchetto di patatine rustiche) in modo da non rimettere su tutti i chili faticosamente persi.
Non credo che lo permetterò, ecco. Ma ci tengo a chiedervi aiuto.

Al momento attuale ho un sacco di progetti magliosi ipersegretissimi che comunque si sveleranno entro poco tempo (lo prometto).
Ho anche un sacco di progetti per sistemare la casa, perché al momento attuale sembra un campo di guerra cosparso di scatole, sacchi della spazzatura pieni di cose da buttare (raccolta differenziata, ovviamente) e stendini pieni di lavatrici.
Ho una fornitura di lenzuola, asciugamani, tovaglie e quant'altro che mi basterà per il resto della vita.
Sono in possesso di ben due (2) set da 12 persone (!) in puro lino (!!) con certificati di garanzia e quant'altro.
Senza contare gli altri sei o sette set da 6 o 8 persone in cotone doppio ritorto (!) con ricami fatti a mano (!!).
Insomma. Ho passato dei bei w-end a fare la cernita all'interno dell'armadione in camera di mio padre e ho trovato il mondo intero, ecco.
Non è stato mai buttato via niente. Intendo proprio niente.
Del tipo che sistemando le carte in salotto ho trovato il certificato di idoneità del militare di mio padre, datato 1958. Non scherzo.
Ovviamente non l'ho buttato.
Ma magari ho buttato via tutti i cedolini CUD di mia madre degli anni '80, le ripartizioni del gas condominiale di quando mia madre viveva con il nonno (sempre anni '80), le sue buste paga e anche quelle di mio padre.
Senza contare le bollette targate SIP (!!!!!!!!!) riesumate.

Non ho ancora finito di svuotare, e davvero, con il mio ragazzo ci stiamo dividendo la casa, il garage e quant'altro altrimenti nel 2050 saremo ancora qui a vedere i rimasugli di 75+53 anni di vita dei miei genitori. E non mi sembra il caso.

Allo stesso tempo arriva la primavera.
Usciamo assieme, qualche finesettimana facciamo pure qualche giterella.
Quest'ultima domenica siamo andati al lago di Barcis, non c'ero mai stata.

In camera mia c'è una lista di posti che dobbiamo andare a vedere... e questa idea è opera sua.
Io non so molto del futuro e francamente mi terrorizza molto il pensarci ultimamente, ma posso dirvi, magari sottovoce, che comincio a stare bene. Per davvero.

martedì 25 febbraio 2014

Fuori stasera c'era il sole

Prima di mettermi a cucinare la cena, in salotto di casa, sto trovando dieci minuti per scrivere qui.
Con oggi penso di aver terminato un periodo lavorativo piuttosto intenso, costellato da orari assurdi: ho
Jesolo, domenica 23 febbraio.
scritto al mio ragazzo uscendo, stasera, "esco alle cinque e mezza, non ci credo, c'è il sole".
Venerdì scorso ho messo piede a casa alle otto e mezza di sera, e c'ero uscita alle sette e un quarto del mattino.
A livello burocratico mi manca ancora la pratica più rognosa (la successione) per il quale sto ancora finendo i milioni di documenti che servono. Non che mio padre abbia reso le cose più semplici, conservando qualsiasi documento ricevuto in 75 anni di vita ma seminandolo in ogni angolo della casa. Ma pazienza, ormai non è che si possa risolvere se non affrontando una cosa alla volta.

Ho svuotato tutti gli album di foto e adesso sto cercando di organizzarli con un certo criterio.
Una cosa insostenibile dal punto di vista emotivo adesso come adesso, che piango si e no, a livello disperazione, almeno una mezzora ogni sera.
Mi manca, boia cane.
Mi manca litigare con lui, mi manca trovarmelo sulla poltrona che fa cruciverba, mi manca dirgli "ti voglio bene" e sentirmi rispondere "mi no" (io no).
Soprattutto vedere foto di famiglia in cui siamo tutti e tre assieme mi fa venire in corpo una rabbia... una rabbia nei confronti di tutti quelli che alla mia età ci litigano con i genitori. Che non vedono l'ora di andarsene di casa e non vederli più.
Mi fanno ridere i ragazzi che parlano di quanto difficile sia vivere da soli, per conto proprio. Peccato che la mamma gli stiri la roba, che gli passi la paghetta e anche se non danno aiuti fisici o economici, hanno qualcuno a cui "appartenere". Qualcuno che per quanto "fastidioso", si preoccupa per loro.

Io non ho più nessuno che è tenuto a farlo. Ci sono persone che si preoccupano per me, ma potrebbero sparire anche domani, se volessero. Alcune sono effettivamente sparite, o la loro presenza si è affievolita. Altre persone le ho allontanate io, questo è vero.
Se dovesse succedermi qualcosa, non ho la più pallida idea di chi possa prendere decisioni. O chi debba pagare il conto del funerale. Sono rimasta sola in questo fottutissimo mondo, con una montagna di lana che anche se mi prendesse il raptus della magliaia non mi basterebbe a sfogare la paura, l'ansia e la rabbia che ho attorno.
Lavoro e quando mi chiedono di fermarmi alla fine rispondo sempre che per me non è un problema, tanto non ho una vita.

Spero solo che sto periodo passi, perché mi guardo allo specchio e, tra i capelli relativamente corti e lo sguardo perso, non mi riconosco più.

mercoledì 12 febbraio 2014

"Come va?"

Domanda tosta.
Rispondere ancora più difficile.
Vivo ma non ho ben chiaro cosa faccio il novanta percento del tempo.
Sto cercando di trovare una sorta di una normalità in mezzo al caos.
Lavoro molto (al mio daily job, ovvio), cucino, stiro. Cerco di riordinare casa. Metto via risparmi per le innumerevoli ristrutturazioni che dovrò fare a casa (caldaia da cambiare, balcone che sta cedendo, cucina vecchia, eccetera).
Faccio a ferri, ogni tanto, tempo permettendo.
Al momento sto lavorando al Miette, in Paris. Spero di finirlo presto, avrà qualche variazione sul tema.

Solo per dire che ancora adesso alla domanda "come va?" il più delle volte rispondo con balle. O rispondo guardando agli ultimi cinque minuti,
Perché il più delle volte, un venti minuti dopo, sono a terra a piangere.

Vi penso. Tutti.
Un bacio.

lunedì 20 gennaio 2014

Sopravvissuta

Non ho più scritto per tempo, qui.
Perché non avevo niente di intelligente da dire.

Foto di Roberto F.

Non che lo abbia ora. O che forse avrò più, qualcosa di intelligente da dire.
Diciamo che per ora sono ancora spaesata, incredula.
Non ho avuto crolli, per ora. Qualche lacrima, qualche sera malinconica, ma niente crisi isteriche di pianto da giorni interi.
Forse perché non ne ho avuto il tempo.
O perché non ho il coraggio di trovarlo, per non dovermi scoprire sola e incapace di uscirne.

Così evito.
Evito di concentrarmi sul fatto che sia morto.
Che non ci sia più, che non tornerà mai più... che adesso non ci sia veramente più nessuno tenuto a prendersi cura di me se non la sottoscritta.
Esco la sera e non c'è nessuno ad aspettarmi quando torno, e se dovesse succedermi qualcosa, non fregherebbe niente a nessuno, probabilmente.

Son rimasta solo io.
Sopravvissuta, forse.

Non è che non ci sia nessuno, per l'amor di Dio.
Il concetto è che per ADESSO c'è qualcuno. Per un po' ci SARÀ qualcuno. Ma non c'è più nessuno tenuto ad esserlo per sempre.
Perché son morti tutti, son rimasta solo io.

Tornerò a scrivere qui quando avrò qualcosa di più intelligente da dire.
Perché per ora non ho veramente niente se non il caos.

martedì 17 dicembre 2013

Svuotare la mente

Oggi scrivo, anche se non so di cosa parlerò.
Sento solo che deve uscire quello che ho dentro, quindi probabilmente quello che scriverò non avrà molto senso, alla fine, ma al momento mi sta riempendo la testa e devo farlo uscire, deve scappare via dalla mia mente.

A papà manca molto poco.
Si parla di giorni, pochi giorni... sempre meno.
Oggi ha praticamente solo dormito, perché le metastasi cerebrali ormai hanno preso il sopravvento.
Dorme tranquillo, non si lamenta e nemmeno è agitato.
Sa che questa battaglia cruenta e veloce sta per finire, se ne rende conto in quei pochi attimi in cui apre gli occhi quando lo chiamo.

Io non sono pronta.
Lo so, non si è mai pronti.
Ma io VERAMENTE non sono pronta a diventare orfana a 26 anni.
Davvero. Non credo di essere capace di gestire la mia vita, di riaffrontare una quotidianità fatta di silenzi, di una casa che adesso mi sembra sorprendentemente grande e dove qualsiasi cosa mi ricorda lui, i momenti felici e i momenti tristi.

Sembra quasi che il dolore che sto provando ora vada a coprire quello che ho sempre provato per la morte di mia madre.
Anche se la psicoterapeuta dell'hospice mi ha detto che dovrò prepararmi perché, quando effettivamente ci lascerà, il dolore che proverò sarà devastante.
Perché quando morì mamma ero piccola e i bambini, per forma di autodifesa, provano solo una piccola parte del dolore al momento... e gli altri pezzi, piano piano, riaffiorano crescendo, sempre più forti... ed è per quello forse che adesso soffro di più per la mancanza di mia madre rispetto a dieci anni fa.
Ed inevitabilmente si riattiverà tutto quando papà mancherà.

Perché io e lui ci scornavamo sempre.
Litigate costanti, spesso e volentieri, per quasi tutta la mia adolescenza e oltre.
Un rapporto che purtroppo era quasi morto e che per fortuna ho recuperato almeno un po' quest'anno.

Quante risate ci siamo fatti davanti ad uno spritz e una sigaretta al bar della Mara e di Michele!
Sembra ieri che abbiamo tinteggiato la mia stanza, ed ora invece è lì, sul letto... che dorme.

Il tumore se l'è mangiato vivo.
Credo che sia una malattia di merda. Davvero.
Forse peggio c'è solo il Parkinson, perché ti tiene lucido fino alla fine e non hai uno stramaledetto controllo sul tuo corpo, e vedi e capisci tutto quello che stai succedendo.
Ma vedere mio padre che ad agosto pesava quasi novanta chili adesso, in quel letto dove forse arriva ai 70... beh. Mi uccide.

Non sono capace di stargli accanto sempre. Tutto il giorno.
Ci sono parenti che, con la delicatezza di un bulldozer, non fanno altro che chiedermi, costantemente, anche più volte al giorno, le sue condizioni... da quanta pipì fa a qualsiasi altra cosa.
E la cosa che più mi fa male, mi fa rabbia e mi da fastidio, è che son persone che fino ad un mese fa fra un po' s'erano dimenticate che esistevamo.
Alcuni mi hanno fatto anche "sentire in colpa" di non averlo portato a casa, di avergli trovato un posto a Casa dei Gelsi (che è un colpo di culo inaudito avere un posto lì).
Papà non poteva tornare a casa. Aveva bisogno di controllo e supervisione infermieristica 24h su 24h, io come avrei potuto dargli dignità in questo momento così difficile?
Io, e il mio lavoro, e la mia instabilità psicofisica?
Dove in un attimo spacco il mondo e in quello dopo mi trascino per la casa piangendo e tremando?

É per questo che ora sono a casa, e non li con lui.
Sono stata lì fino alle quattro e mezza e ci sono andata subito dopo aver finito il lavoro di stamattina.
Da domani sarò lì dal mattino, perché mi son presa ferie per stargli di più accanto.
Ma tutte le volte che ho superato le nove ore consecutive accanto a lui, quando tornavo tra queste mura vegetavo, attaccata al ferro da stiro, continuando a lavare lenzuola e mutande pur di non pensare e aver sempre da stirare.

Accanto a me c'è Lui.
Un Lui "nuovo", una situazione fresca e nemmeno paragonabile alla precedente.
Un Lui che ieri notte, prima che crollassi dal sonno e dal pianto, mi ha detto "non ti lascerò mai sola".
E per quanto sia così, e per quanto possa essere felice e percepire la sua presenza quando è con me, IO CONTINUO A SENTIRMI SOLA.
Abbandonata.

Sono un palloncino d'elio che vaga nel cielo, sospinta dal vento.
Terrorizzata dai fulmini e dal continuo vagare.

domenica 1 dicembre 2013

Arrivederci, di nuovo

Sono ancora settimane frenetiche.
Purtroppo la malattia di papà è una che conosco di già, che quasi tutti conosciamo di già.
Un cerotto sulla schiena con una "scadenza", infausta, sempre e comunque terribilmente vicina.

Il mio papà. E i suoi cruciverba.
Ogni giorno che passa lo vedo diventare sempre più debole, e io prego, prego tantissimo.
Prego come non ho mai fatto in vita mia, prego perché ho bisogno che Lui esista, che mi sostenga.
Non chiedo miracoli, chiedo solo di far soffrire il meno possibile mio padre nell'ultima grande avventura della sua vita, chiedo la forza per me di tirare avanti, di trovare il sostegno nelle persone che mi circondano e che mi aiutano in modi che non credevo possibili.

Sono sempre qui, ho sempre nove anni... ascolto Gianluca Grignani come allora, in macchina, mentre vado e torno dall'Ospedale.
Perché "di necessità, virtù", ho ripreso a guidare e ormai sono (abbastanza) sicura. Pure bravetta.

Non me la sento di essere più chiara sul suo stato di salute, questo non mi sembra il momento e il posto più adatto per farlo.

Ma se mi scrivete, o commentate, o mi contattate in qualsiasi altro modo, troverò certamente il modo e il momento per rispondervi.

Per ora, arrivederci...


lunedì 18 novembre 2013

Essere coraggiosi

É fondamentale respirare piano.
Prendere sorsi di aria e farli attraversare il tuo corpo, spedirli con il pensiero dove ti serve, dove ti è necessario.
Nella testa, nel cuore, nello stomaco... nelle gambe, nelle tue mani e nei tuoi polmoni.

Perché alla vita e a tutto quello che le circonda, certe volte non puoi fare niente.
Lei scorre, va libera, come un fiume o come un torrente. Può essere calma e placida o burrascosa e torbida.

Non sempre possiamo combattere la sua natura e costringerla con dighe e ponti a fare quello che noi vogliamo. Il più delle volte si ribella e distrugge tutto quello che trova.

Ma anche dalla più grande distruzione si cerca sempre un modo per ripartire, perché l'acqua (e quindi anche la vita) fa anche rinascere tutto, anche quando sembra impossibile.
Essere re vuol dire molto di più che fare quello che vuoi. Tutto ciò che vedi coesiste grazie ad un delicato equilibrio. Come re, devi capire questo equilibrio e rispettare tutte le creature, dalla piccola formica alla saltellante antilope. Quando moriamo, i nostri corpi diventano erba, e le antilopi mangiano l'erba, e così siamo tutti collegati nel grande Cerchio della Vita. - Mufasa
Non riesco proprio ad essere brutalmente sincera e a dire cosa sta accadendo alla salute di mio padre. Forse, un giorno, troverò il coraggio di scriverne, di parlarne.
Basti sapere che è un problema di salute grave, non ancora del tutto delineato, e che queste ultime settimane sono costellate di ospedali, esami, prescrizioni, medicine.


Ma assieme a questo lato della mia vita, agitato e convulso come un torrente in piena, per fortuna ce n'è un altro, parallelo, che mi da sicurezza, mi mette il sorriso anche quando vorrei solo disperarmi, che mi stringe il cuore in un abbraccio grande come il mare e mi culla tra le sue acque calme.

Nulla è perduto, nulla è perso... nulla sarà dimenticato.
Anche se in questi momenti divento di nuovo la bambina bionda, di nove anni, che aspetta sulla scala esterna di una casa familiare ma allo stesso tempo sconosciuta di tornare a casa.
Ma questa volta non sono sola. Non lo sono stata mai, non lo sarò mai più.

Non finché respirerò piano e trasporterò l'aria nel mio corpo, dove serve.
Rafiki: [colpisce in testa Simba con il bastone]
Simba: Ahi! Che male! Perché mi hai colpito?
Rafiki: Non ha importanza: ormai è passato. [ridacchia]
Simba: Sì, ma continua a fare male...
Rafiki: Oh, sì, il passato può fare male. Ma a mio modo di vedere dal passato puoi scappare... oppure imparare qualcosa. [cerca di colpire di nuovo Simba con il bastone]
Simba: [evita il colpo]
Rafiki: [Risata]

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